Credeva
che sarebbe bastato poco per mandare tutto in frantumi; che quella storia, così
esaltante ed estiva, sarebbe finita
con la prima burrasca di settembre o piuttosto con la prima ragazza carina
incontrata sull’autobus o al bar vicino a casa.
Credeva
all’amore per praticità, faceva comodo essere figlio di una coppia felice e,
ogni tanto, un film romantico, con una conclusione felice, ci poteva anche
stare. Non era un bullo, ma nemmeno un sentimentale, prima pensava al suo
tornaconto, poi poteva anche definirsi dotato di un cuore e di una mente
aperta.
Quella
storia invece, iniziata col pensiero al giorno tiepido in cui sarebbe finita, come tante altre, andava avanti, nonostante i
pronostici. Nonostante le burrasche di
fine estate, nonostante la fine della bella stagione e, nonostante i chilometri
che c’erano tra quei due cuori.
Ogni
settimana un lungo viaggio in treno, che ogni volta sembrava più lungo e
disperato, o più breve e rilassante, ma, in ogni caso, solo l’arrivo valeva la
pena di tante attese, fastidi e tensioni.
Viaggiare
gli era sempre piaciuto, ora però era solo il mezzo per arrivare a lei e, tra
partenza e arrivo, il viaggio restava sempre una formalità necessaria.
I
viaggi in treno li aveva divisi in due ulteriori categorie: quelli in cui ti
sedevi e ti lasciavi annullare da un viaggiare silenzioso , solitario e fuori
dal tempo; oppure quei viaggi di tipo partecipativo
che, inizialmente erano quelli che preferiva. Dipendeva tutto
dall’equipaggio e dalle condizioni del treno.
Quel
giorno, durante quel viaggio, il suo io innamorato
non desiderava che l’annullamento siderale. Sprofondare in un sedile blu,
socchiudere gli occhi verso il vetro sporco del finestrino, perdersi nei suoi
pensieri e nel silenzio, in quello strano mezzo di trasporto.
Il
treno partì regolarmente, iniziò a scorrere il solito paesaggio sospeso tra
bellezza e degrado. L’atmosfera tranquilla della poca campagna rimasta intatta,
le piccole stazioni deserte e devastate dall’incuria, salutavano velocemente i
viaggiatori più attenti, senza pretendere niente dal resto del convoglio. Tutto
regolare. Poi lo stridere d’acciaio dei freni. Un leggero e piacevole colpo
allo stomaco. Il treno era fermo. Il silenzio. Intorno solo la campagna
ghiacciata. Intorno solo bellezza e un ingannevole senso di tregua.
Ma l’unica
cosa che riuscì a pensare in quel momento fu una considerazione piuttosto
mediocre, che genere di problema avevano
quelli che viaggiavano spesso e lo facevano anche volentieri?
Ecco,
quella storia estiva e poi non solo estiva, ecco, dove l’aveva condotto.
Nel
nulla.
Nello
sbigottimento.
Dentro
un treno muto, statico, sempre più glaciale.
E
lei, calda, ancora nel classico tepore di un interno domestico, con l’odore
ormai leggero del primo caffè del giorno. Il calore nel cuore dell’inverno. Non
esisteva niente di più ordinario e
prezioso.
Si
alzò, abbottonò frettolosamente il giubbotto blu scuro, prese lo zaino, si
avviò verso la porta di uscita. Non incontrò nessuno. La porta di
salita/discesa era bloccata. Il treno vuoto e immobile. Fuori ogni speranza era
ghiaccio e nebbia sempre più fitta. Nella campagna immensa e sconosciuta la
presenza dell’uomo e della donna era solo una silenziosa assenza.
Lei
era lontana e calda, come l’ultima estate.
Lui
guasto, per sempre.
racconto di Serena S. Madhouse
Ottobre 2018

