(10giugno2010)
di Serena
S.Madhouse
Essere
sorelle? Per me non significa niente. Eccomi: sola come un cane, ad ascoltare
un’anacronistica compilation “new romantic”, e ci sta tanto bene, qui tra i
pizzi industriali delle tende, sulla mia maglietta scolorita di qualche gruppo
ispiratore di suicidio e, soprattutto, su queste mutande di seta che, per la
verità sarebbero di raso ma…”dal punto di vista letterario la seta rende
meglio”!
Ho i
capelli puliti e morbidi, stranamente e ho messo anche il profumo; insomma non
mi manca proprio nulla per giocare all’eroina
decadente, anche se questo ruolo, di solito, non spettava a me. E, mentre
passano gli Human League, te lo ricordi un anno fa?
Noi due
insieme; quasi miracolate dal buon umore, quasi mano nella mano, quasi amiche;
era tutto reale ma, a distanza di tempo, sembra sia stata solo una
rappresentazione e… ho un grande freddo
dentro, “Ah, quello non passa mai,
nemmeno d’estate…”. Mi sei sempre stata di grande conforto.
Oggi
quattro pareti là dove c’era un cielo immenso avvinghiato al mare; un disco virtuale al posto delle nostre
chiacchere e del rumore delle auto, mai abbastanza lontane ma che per una volta
potevano anche starci. E poi una torre di libri, impilati malamente uno sopra
l’altro. Ho idea che tutto stia per crollare. I libri, non solo quelli…
La penna
scorre rapida, ma per cosa e per chi ancora non l’ho capito. Forse è solo una
lamentazione fine a se stessa; non dovrei farlo visto che potrebbe andare molto
peggio. Perché la vita infondo a cosa si riduce? Mangiare cioccolata, fare il
bagno nella vasca, bruciare incenso, scaricare MP3…
Volevo
combattere. Volevamo combattere.
Ma tutto questo è stare nelle retrovie e
starci bene…
Hai
presente cosa ci emozionava entrambe?! I racconti di guerra, quelli ascoltati
d’inverno davanti al camino, quelli letti nei libri…Quei libri nascosti per
così tanti anni che noi due avevamo scoperto insieme aprendo quel vecchio baule.. Quel baule pieno d’atrocità e di quel raro tipo d’amore che non va
d’accordo né con l’ipocrisia né con la falsità…Un amore fuori moda, quasi da
censura, era proprio questo che ci affascinava della guerra, della lotta armata
su cui ci struggevamo. Almeno su questo andavamo d’accordo. Almeno qualche rara
scintilla sapeva accenderci entrambe senza scatenare un temporale. Tutto il
resto tra noi era guerriglia.
Nemiche,
antagoniste; belve feroci chiuse nella stessa gabbia, una prigione troppo
stretta contro la nostra fame immensa. E le prede non erano mai abbastanza…
“la
sorella e la troia” qualcuno un giorno ce l’ha urlato dietro, ricordi? Io
pensavo di morire, per la verità lo desideravo…desideravo ogni cosa,
soprattutto perdermi senza nessuna speranza di ritrovarmi…Non sapevo più chi
ero; tutto girava così in fretta quando il gioco invadeva la realtà. Poi lui,
con quegli occhi acquosi, dilatati, persi, inefficaci…E tutta la gente che
andava e veniva intorno a noi. Giorno di mercato e la città brulicava di vita e
di calore sporco, colloso…
Non l’ho
più visto un cielo così cupo in una mattina di tarda primavera e un sorriso
tanto beffardo dipinto sul tuo viso così simile al mio eppure così diverso, da
sembrare il volto di un’estranea e mi spaventava, torturava, ingannava…
L’avessi
compreso prima…
Marchiate
a fuoco dalla vita, costrette a essere l’una e l’altra e l’una contro l’altra.
Legate e divise, sempre e comunque…E poi le lacrime: le tue erano di rabbia, le
mie di vergogna…”ma sono pur sempre lacrime”.
Così
come certe risate di disprezzo son pur sempre risate!
Ma
quante volte è andata a finire allo stesso modo?
Nessuno,
proprio nessuno a mai capito. Nessuno capirà mai. Meglio così, no?
E alla
fine è più dignitoso il tuo silenzio che il mio crogiolarmi nell’idea di essere
un’artista solo perché so tenere una penna in mano, sono bianca come una morta
(anche se sappiamo benissimo che i morti sono tutt’altro che bianchi…)e ho
raggiunto degli alti picchi di demoralizzazione grazie a te…
Farei
meglio a smettere . A seguire il tuo esempio; ora che so come va a finire per
chi se ne va e per chi resta. La differenza:solo una questione di
responsabilità, imposta e subita, mai desiderata…
Sai qual
è stato il momento in cui tutta la realtà, ma proprio tutta, mi è caduta
addosso? Il giorno, anzi il pomeriggio, in cui ho ascoltato Wishing dei A Flock of Seagulls, da
sola, per la prima volta e ho capito che era una canzone stupida come tante
altre e se prima mi piaceva tanto era solo perché sapevo quanto ti infastidiva.
Che
rabbia all’inizio dover mantenere un contegno, ormai era un’abitudine e
rischiavo di rovinarmi il trucco; ma poi cosa me ne fregava della cipria e del
rossetto? Ho capito proprio tutto in quel momento…come avevo traviato il mio
ego:non per diventare me stessa, ma per tormentare la mia nemica…
Ora, se
lo voglio, posso essere libera, anche di diventare come te che, infondo, non
sei mai esistita per davvero.
Ho
condiviso buona parte della mia vita con un fantasma. Sei sempre stata così
lontana ma sapevi ingannarmi così bene.
Mi avevi
fatto credere che te e io fossimo la stessa cosa: un’anima, due corpi e che
farci la guerra, dall’età di nove anni, fosse non solo giusto e normale ma anche necessario per
sviluppare la nostra
individualità, la nostra personalità, la nostra autostima del cavolo.
Accidenti!
Come
sono stata ottusa e come sei stata meschina ad incantarmi con simili banalità.
Volevi solo crearti un vuoto intorno. Un fossato da riempire con la tua
bestiale superbia.
Volevi
aumentare il numero dei riflettori puntati su di te e poi…Uscire di scena come
una diva! Il pubblico in delirio, solo per te, tutto per te…
Hai
calcolato ogni cosa.
Eri
radiosa, perfetta, spietata, e ti impegnavi così tanto nell’incrinare ogni
certezza, nel far sbiadire ogni colore, nell’annichilire ogni sorriso e
lacerare il filo sottile che ci univa, che ci avrebbe reso più forti, più
sagge, meno sole, almeno per un po’…per un po’…
Perché
la vita poi non è solo mangiare cioccolata e fare il bagno nella vasca con la
schiuma e le paperelle gialle, sotto i riflettori come piaceva te…
La vita
è difficile, pesante, irritante e piena di spigoli in cui battere la testa e il
dolore arriva e ti coglie sempre impreparata ed è così tutti i giorni, anche in
tempo di pace, anche quando il lutto è lontano e il sole sembra regalare il
giusto calore.
E le
batoste non ti risparmiano mai se decidi di restare.
La vita
non ha più molto rispetto per i morti, e i trapassati presto finiscono in un
cassonetto e poi al limite strisciano sui muri, ma nessuno si ferma a
guardarli…credimi è proprio così, l’ho visto coi miei occhi, l’ho sentito con
le mie orecchie.
Sai una
cosa? La sofferenza è bella quando la leggi fluida nella poesia, quando
l’ascolti nebbiosa in una canzone, ma nella realtà è merda, pesantissima,
palpabile merda…e sai qual è il risultato di tutto questo?! Che io ho una gran
voglia di dimenticarmi di te, della tua risata, del tuo sguardo, delle tue
lunatiche invenzioni, del dolore che mi hai lasciato in dote …Non sarò più il
tuo alter ego baciato dal sole…Ma scontrosa, rabbiosa come il cane solitario
che sono sempre stata e che sarò sempre.
Finalmente libera di essere solo uno sterile contenitore di negatività
col tuo bel volto che presto tutti smetteranno di ricordare con nostalgia e
sconforto.
E questo
è tutto sorellina. Comunque…riposa in pace.
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| "SORELLE" un racconto di Serena S. Madhouse | - Pubblicato sul giornalino letterario SOTTOBOSCO e messo in scena nel 2011 dalla compagnia teatrale LE BLATTE |