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martedì 5 febbraio 2013

a gift for you...

 
TRISTE BANSHEE



Raramente esco allo scoperto. Preferisco lasciarlo fare alle altre. Sono tutte così brave, più brave di me… Ma oggi qualcosa si è spezzato e, niente sarà più lo stesso.
     Se c’è qualcosa che non amo è il sentir parlare dell’estate. L’estate è una stagione che non ha mai fatto parte della mia vita. Giorni non vissuti di cui nessuno dovrebbe parlarmi, eppure lo fanno… Nessuno si cura di ciò che mi ferisce e di ciò che mi allieta. Differenze mastodontiche, eppure nessuno ci fa caso.
A me va bene lo stesso. Tanto la mia vita la vivo da sola.
    Ora me ne sto qui, tappata nella mia stanza antica, un muro tra me e il mondo…. Ascolto il vento, un vento violento e impetuoso come non mai. Il vento mi piace, fa gelare il mio sangue già freddo.  Ogni cosa ha un potere, e questo è il potere del vento; mi capita di pensare che potrei essergli figlia, a causa forse per l’amore che nutro per questo “agente atmosferico” considerato tanto nefasto dalla maggior parte degli esseri  viventi, ma la verità è che io non sono figlia di nessuno.
   Non so chi mi abbia creata. So che ci sono sempre stata e sempre ci sarò. Per me non c’è stato un inizio e non ci sarà neanche una fine. La mia vita non è mai stata allietata da nessuno degli eventi che, solitamente, allietano l’esistenza umana. Conosco il significato di molte emozioni perché le ho lette nei libri, fedeli compagni di infinite notti insonni, ma per il resto la mia esistenza è immobile.
   Spesso mi sorprendo, quasi adorante, a sognare davanti a qualche scultura di marmo e, penso che non ci sia molta differenza tra una statua e la creatura che sono. Non credo che nel mio cuore risieda più calore che in una scultura del Canova. Anche se, a volte, ho come l’impressione che potrebbe anche essere diverso, ma dura sempre così poco…




Camminavo lentamente sui lungarni, una giornata ventosa, proprio come questa. Volevo godermi tutti i brividi e la solitudine di quel piccolo mondo anestetizzato da falsi valori e stress “metropolitano”. Camminavo lentamente osservando le piume scomposte dei gabbiani, la confusione delle auto, che mi arrivava ovattata e lontana, tanto non mi apparteneva. Alla fine posavo lo sguardo sui passanti.
   Mi apparivano tutti uguali. Automi perfetti nelle loro uniformi. La stupidità dei loro passi veloci, troppo veloci, verso il declino.
Ma poi, a poco a poco, osservando il movimento delle loro labbra, la luce nei loro occhi, i suoni di quelle voci ignare del potere che suscitavano su di me, mi sembravano meno distanti, come se un po’, almeno un po’, anch’io appartenessi a quel loro mondo e ne traessi un qualcosa di buono, di vitale.
    Ma bastava poco: cambiare strada, attraversare un ponte, sentire i miei passi risuonare solitari in qualcuno  dei miei adorati vicoli, per farmi cambiare idea. Niente mi aveva fatto avvicinare veramente a quel mondo e, le cose non sarebbero mai potute cambiare. Poi mi chiudevo la porta alle spalle e dimenticavo…
Dimenticare i volti, i suoni, il colore del cielo e il trascorrere dei giorni, delle ore, dei momenti… Non c’era niente. La mia esistenza si annullava. Sangue verde. Il peggiore dei segreti. Il resto, tutto il resto, non aveva importanza.


 
La civiltà moderna mi aveva annichilita. Nei secoli precedenti era stato più semplice perdersi nel niente, non lasciare traccia alcuna dei nefasti effetti del mio grido di dolore ma, ora le cose si erano “evolute”, complicandosi a tal punto che ne ero uscita sconfitta e, anch’io avevo dovuto adeguarmi ad un ritmo non mio.
    Il termine “vampiro” non mi apparteneva. In realtà queste creature non esistono. E’ pure invenzione dell’uomo; una delle tante che servono a giustificare uno stato di dipendenza da un qualcuno o da un qualcosa. Niente più che una giustificazione. Eppure, alcuni erano così certi della loro esistenza che aspiravano a darmi la caccia e, se avessero scoperto la mia natura, mi avrebbero dapprima esibita come trofeo, poi studiata e, infine eliminata, per far bella mostra del mio corpo mummificato in qualche museo di antropologia o peggio…
    Nonostante tutto, poiché la parola “fine”ha in sé un qualcosa di rassicurante, questi pensieri mi divertivano; o forse, il vero motivo è che, nella mia forma di donna, mi piaceva godermi tutti i languori della debolezza, mi esaltava l’immagine stessa del mio martirio. Romanticismo quasi folle, Sturm und Drang , abile assassina e fanciulla indifesa…
   Ma non è forse il “gioco della contraddizione” che spinge un passo davanti all’altro, nella mia commedia, così come nella vostra?  

11 aprile 2002 serena s.madhouse
"TRISTE BANSHEE" racconto tratto dalla raccolta autoprodotta "PSYCHA"-2002


abile assassina e fanciulla indifesa...



***



FOTO DEMIS ALBERTACCI
BANSHEE ELEONORA BAROCELLI
 ***

 La Banshee è uno spirito femminile descritto come 
una bella donna dai capelli fluttuanti...
Indossa un'abito verde o completamente rosso..
Può apparire sia come donna che canta, 
sia piangente avvolta da un velo...
I suoi occhi sono arrossati dal pianto.
Il termine "banshee" significa DONNA DELLE FATE.


***
 CREDITI:
Ringrazio la meravigliosa Eleonora  (del blog: http://babyredvamp.blogspot.it) per la sua vampiresca presenza in questo post!

lunedì 28 gennaio 2013

mad-fiction

Camminavo,
sperduta e sola...
Aspettando
l'impercettibile
suono
di un tuo ritorno...
Camminavo,
osservando infinite
distese di marmo...
Nero e gelido
come il tuo cuore.

L'odore dei fiori, fin lì si avvertiva, in quella piccola soffitta, disadorna e umida.
   Mentre la Luna si nascondeva dietro una perfida nube bluastra, sua complice, la Vampira si chinò sulla sua vittima addormentata e inerme. Il giardino di notte aveva la stessa malinconica atmosfera di un cimitero e la graziosa cappella neogotica donava alla sguardo, ingordo, delle Creature della Notte, il suo volto più pauroso.
   Il sangue le inondò le fauci e, un gemito sottile scosse appena la vittima inconsapevole e, ormai esangue. Solo un brivido nel vedere due occhi grandi e iniettati di sangue, poi la nebbia fitta e opprimente, la Fine...
   Ofelia, inquieta e infelice, uscì, si avvio verso la notte con un nuovo, peccaminoso "calore" a donarle la forza di proseguire il suo involontario cammino nella "Non-Morte".
"ASSASSINA!!", così la Strega spesso l'aveva apostrofata. 
"Piccola stupida! ora che lei stessa è prova della mia colpevolezza sarà soddisfatta... E pensare...e pensare che l'amavo"
   Amava la sua aria innocente, il suo candore, il calore che il Sole le donava. L'ammirava all'imbrunire nel vederla cullare e viziare i suoi fatati e profumati fiori. Ora, l'odore delle rose la disgustava, era il profumo della sua putrefazione terna.
   E il suo giardino...
Il suo giardino moriva, per rinascere, prigioniero di mille incantamenti...
Nefasta Ofelia, crudele bambina nera, portatrice di Morte...

racconto scritto da Serena S.Madhouse il 14 Novembre 2002
tratto da "PSYCHA" madhouse autoproduzioni 2002


..in sacrificio per te..    MadHouse Autoproduzioni

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I believe in instability

  Anche se in questi mesi i giorni belli, immersi nel verde a camminare e camminare non sono mancati, così come i bei ricordi che rimarranno...